venerdì 20 novembre 2020

ArtEretica. Quarto capitolo (prima parte)

 

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Il rebus Gioconda

di Luigi Pentasuglia


Diviso in due parti, questo capitolo dedicato alla Gioconda è il punto d’arrivo della personale riflessione sugli aspetti ermetici dell’arte leonardesca confluita, nel 2016, nel saggio I volti della Gioconda. Monna Tao: le radici orientali del templarismo.

 


Se da un lato il simbolismo della Gioconda si accorda con il rebus della Visitazione lucana che alla stregua di fil rouge interseca le opere leonardesche esaminate nei precedenti capitoli, dall’altro si distingue per la valenza autoreferenziale, tale da farla assurgere a una sorta di testamento spirituale dell’artista.

 


Un indizio autobiografico della Gioconda lo riserva ancora una volta il Gruppo di Sant’Anna dove il volto della Madonna è sorprendentemente simile a quello della Isleworth Mona Lisa. È questo un autografo preparatorio della Gioconda che, agli inizi del secolo scorso, apparteneva al collezionista d’arte Hugh Blaker che lo teneva nel suo studio londinese a Isleworth.

 


Partendo dalla tesi freudiana già trattata nel precedente capitolo, tesi secondo cui nel Gruppo di Sant’Anna Leonardo si è proiettato in Gesù bambino evocando il suo sogno infantile che in culla un nibbio con la coda gli lambiva le labbra, per coerenza d’intenti egli potrebbe aver altresì effigiato la Vergine con le sembianze di mamma Caterina riproposte nella Isleworth Mona Lisa. 

 


Lo fa sospettare un dettaglio sullo sfondo a sinistra sopra la strada tortuosa dove campeggia una macchia vegetativa i cui contorni tradiscono la silhouette di un feto con tanto di manina al centro, feto che si riflette in uno specchio d’acqua evocando il ‘doppio amniotico’. Si tratta dunque di una deroga concettuale al progetto ritrattistico originario, quasi che l’artista sia stato d’un tratto sospinto dal bisogno di proiettarsi idealmente nel feto accanto a sua madre.

 


Da qui il ripensamento radicale dell’opera per eternare l’ancestrale simbiosi affettiva con mamma Caterina qui intesa nell’accezione di ‘Prima Madre’ intrauterina. Altrimenti: perché lasciare incompiuta la bella Isleworth Mona Lisa per gettarsi capofitto nella certamente meno avvenente Gioconda?

 


Il nome ‘Ioconda’ compare tra i titoli delle opere ereditate dalle sorelle del modello e forse amante di Leonardo. Si tratta di Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì che affibbiò quel nome alla copia di sua mano del capolavoro leonardesco avendolo verosimilmente mutuato dal maestro di Vinci che, come avremo modo di appurare, l’intese nell’accezione latina di ioco (gioco, ‘rebus’).

 


Il primo elemento degno di attenzione è l'agglomerato dolomitico in alto a destra, a ridosso della testa della dama. Un'attenta osservazione rivela che la linea delle creste rocciose disegna un profilo giovanile femminile di cui sono leggibili le sfumature chiaroscurali del naso, delle labbra e del mento. Che si tratti del profilo di mamma Caterina?

 


Lo conferma, per contrasto, un dettaglio paesaggistico sull'altro lato del dipinto. Ben mimetizzo tra rocce, nebbia e fitta vegetazione, emerge qui il profilo grottesco di un anziano che ha per prototipi il vasto repertorio di teste burlesche leonardesche. Se dunque il bel profilo a destra è di mamma Caterina, quello sgraziato dell’anziano a sinistra deve far capo al padre di Leonardo, messer Piero da Vinci, forse a prova del risentimento nutrito dall’artista per il trattamento di figlio illegittimo.

 


Un terzo significativo elemento autobiografico è criptato nello sfondo a sinistra sopra la strada. È un ammasso roccioso le cui creste disegnano il profilo di un uomo barbuto (figura B). Che trattasi del calco funerario di Leonardo lo prova un macabro indizio sopra e a destra del ‘calco’ (figura A). Infatti, ruotando l'immagine di 90° appare, sospeso in uno scenario surreale, la calotta di un teschio umano orientato per tre quarti come la testa della dama (figure C e D).

 


Controbilancia l’idea di 'morte' la sagoma della testa d'ariete affiorante a pelo d'acqua sopra e parallelo al ponte nello sfondo a destra: non è forse Leonardo nato il 15 di aprile, cioè nel segno zodiacale dell'Ariete? Il fatto che l’ariete emerga dall’acqua, proprio sotto il profilo di mamma Caterina, avvalora la tesi che Leonardo intendesse contestualmente attribuire alla madre l’accezione di 'doppio amniotico’.

 


In ultima analisi, il volto della Gioconda è declinabile al plurale: se da un lato la fronte e gli occhi sono di un giovane Leonardo, dall’altro il mento le labbra e il naso della dama sono di una altrettanto giovane mamma Caterina. Dipende dunque dall’asettica giustapposizione dei due distinti tratti fisiognomici l'enigmatico sorriso della Gioconda sospeso tra gaiezza e tristezza?

 


La seconda parte del capitolo quarto sulla Gioconda concerne la matrice ideologica dell’opera: il Taoismo.

 



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