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La profezia scientifica di San Luca - anzi del dottor Luca! – che ci accingiamo a rivelare, s’incentra sull’episodio evangelico della ‘Visitazione’. L’incontro di una madre giovane con una madre anziana con in grembo un bimbo che improvvisamente si anima, non è affatto un’esclusività lucana. Ne fan fede un mito del ciclo demetriaco.
Ci riferiamo all’incontro tra l’afflitta Demetra alla ricerca di sua figlia Persefone, rapita dal dio degli inferi Ade, e l’anziana nutrice Baubò. Stando ad alcune versioni del mito, Baubò per sollevarle il morale di Demetra, si scoprì il grembo sul quale apparve sorridente il volto del figlio di Persefone, Iacco.
Il paragone tra il mito demetriaco e la ‘Visitazione’ di San Luca si giustifica per una serie di coincidenze.
1) Da un lato abbiamo la desolata Demetra in viaggio alla ricerca di sua figlia Persefone rapita dal dio dell’Ade,
dall’altro abbiamo la giovane Maria messasi in viaggio alla notizia della miracolosa gravidanza dell’anziana cugina Elisabetta.
2) Da un lato abbiamo il gesto osceno di Baubò che mostra a Demetra il ventre su cui appare il volto sorridente di Iacco,
dall’altro abbiamo Elisabetta che, al saluto di Maria, le comunica il sussulto di gioia del bimbo che porta in grembo.
3) Da un lato abbiamo la gioia di Demetra alla vista del volto di Iacco impresso sul ventre di Baubò;
dall’altro abbiamo Maria che intona il Magnificat: ‘L'anima mia magnifica il Signore’.
Vi è infine l’ultima coincidenza temporale.
Da un lato abbiamo i 2/3 dell’anno che Persefone trascorre sulla terra con sua madre Demetra;
dall’altro i 2/3 (o 6/9) del periodo di gravidanza di Elisabetta all’incontro con Maria.
Per gli storici delle religioni il nome ‘Baubò’ allude al verso del cane ‘bau-bau’. La parola cane, in greco Kyon, era utilizzato dai comici per alludere alla cavità addominale. Baubò simboleggia dunque l’apparato genitale femminile che appare a Demetra sotto le sembianze della faccia pubica di Iacco. Ne fa fede un’antica statuetta greca di Baubò, del III-II secolo avanti Cristo, che la rappresenta deforme, con la testa di Jacco al posto dell'addome e la vulva al posto del mento.
Quanto all’osceno gesto di Baubò, i Padri della Chiesa vollero attribuirlo a Demetra, assimilando così le due dee alla stregua delle facce della stessa medaglia. Il paradosso di due madri per un solo feto si scioglie a patto di sostituire l’idea di ‘madre’ con quella di matrice, nella doppia valenza ‘in negativo’ – riferita al liquido amniotico che funge da stampo al feto (figura A) – e ‘in positivo’, riferita al feto contenuto nel suo stampo amniotico (figura B). Trova così soluzione anche l’enigma della differenza d’età tra le due madri: il liquido amniotico è infatti ‘più giovane’ del feto già in nuce al concepimento.
Assodato il debito della Visitazione di San Luca verso il mito demetriaco, ne consegue che le due madri, Maria ed Elisabetta, debbano a loro volta coincidere sul piano simbolico. Per San Luca lo stampo amniotico del Battista-feto è personificato da Maria che si autocelebra nel Magnificat: ‘L'anima mia magnifica il Signore’…perché ha guardato l'umiltà della sua serva’. Non è forse l’acqua tra gli elementi più ‘umili’ sulla terra? Nel Cantico delle Creature San Francesco le attribuisce quattro qualità: «molto utile et umile et preziosa et casta».
La condizione fetale possiede una intrinseca natura simbolica. Infatti, se da un lato al liquido amniotico che ‘contiene’ plasticamente il feto replicandone in tutto e per tutto le fattezze si addice la valenza ‘femminile’, dall’altro al feto, in quanto ‘contenuto’ nel suo stampo amniotico, si addice invece la valenza ‘maschile’. Emblematica a riguardo un’allegoria di Leonardo da Vinci.
Il disegno mostra, al centro, un individuo bifronte: per metà maschio e metà femmina; a sinistra un giovane si sta specchiando reggendo un’asta che parte dall’ombelico; sull’estremità destra due cani, aizzati dal diavolo, si avventano contro l’essere bifronte; infine, sull’estremità sinistra, un uomo sta sferrarrando una pugnalata al giovane allo specchio.
Il giovane al centro che si specchia personifica il feto che, a sua volta, si riflette nel suo ‘doppio amniotico’; l’asta che regge all'altezza dell'ombelico allude invece al cordone ombelicale. Ma qualcosa sta per accadere: il figuro in alto a sinistra lo sta pugnalando segnalando, simbolicamente, la fine del paradisiaco periodo intrauterino.
Ancora al feto fa riferimento l’androgino al centro: la parte ‘maschile’ agita minaccioso un serpente in luogo del cordone ombelicale che sta per essere reciso; la parte ‘femminile’ fa traboccare un secchio d’acqua alludendo alla cosiddetta 'rottura delle acque’.
Ed è la fine del periodo nirvanico intrauterino ad essere drammatizzato dall’aquila in picchiata - parodia dello Spirito Santo simboleggiato dalla colomba che le sta di lato –, ovvero dal diavolo che aizza due cani rabbiosi contro i simboli l'androgino: l'acqua (alias il liquido amniotico) e il serpente (alias il cordone ombelicale).
Ed è sempre il tema dell’androginia che Leonardo affronta con il celebre ritratto del Giovane Giovanni Battista: non è forse il Battista-feto il punto cardine della Visitazione lucana? A ciò si aggiunge la Vergine delle rocce, una geniale parafrasi della Visitazione, dalla critica vagliata tra le più criptiche dell’artista vinciano.
La strategia simbolica del dipinto, imperniata sull’episodio evangelico della Visitazione di San Luca, si sviluppa su tre corrispondenze: 1. la caverna allude al sacco amniotico; 2. il manto blu della Vergine rimanda al liquido amniotico; 3. il piccolo Battista che la Vergine avvolge col suo manto è il feto in grembo ad Elisabetta. Quanto alla valenza simbolico del piccolo Gesù, strategicamente relegato in basso a destra ci riserviamo di affrontare l’argomento più avanti.
Che si tratti proprio della parafrasi della Visitazione lucana lo dimostra la lettura simbolica di ordine numerico che s’instaura tra i personaggi. Il primo computo concerne le 5 dita distese della madonna in corrispondenza dell’indice puntato dell’angelo: da cui 5 + 1 = 6. La conferma di tipo geologico è riposta, centralmente in alto, nella conformazione delle rocce scontornate in rosso, nonché replicata graficamente a destra.
Contando in senso contrario, dal basso verso l'alto, interpreteremo l’indice e il medio di Gesù benedicente come numero ordinale V, e come numero ordinale I il sovrastante indice puntato dell’angelo: da cui V + I = VI. Anche in questo caso disponiamo di una conferma di tipo geologico in alto a destra, ovvero nella conformazione delle rocce scontornate in rosso, replicata graficamente a destra.
Assumeremo ora il primo 6, computato dall’alto verso il basso, come numeratore e il numero VI come denominatore. Poiché quest’ultimo è stato computato inversamente rispetto al primo, ossia dal basso verso l’alto, lo omologhiamo a 6 capovolto, ossia nel numero 9. Otteniamo così la frazione 6/9 indicativa del periodo di gravidanza di Elisabetta.
Lo conferma un dettaglio tra le pieghe del mantello rosso dell'angelo. Infatti, nell'abnorme fianco 'tondeggiante’ del bacino, verso cui l'angelo volge sornione lo sguardo, combaciano le due teste di un 6 e di un 9 che, insieme, delineano la frazione 6/9 intellegibile a immagine riflessa orizzontalmente.
È quindi la volta drappo chiaro al centro dalla Vergine tra le cui pieghe scorgiamo la frazione 3/2 (dettagli A a e B). A ciò si aggiunge la forma del drappo che richiama la tavola armonica di un liuto (dettaglio C). Ebbene, quale relazione sissiste tra la frazione 6/9 criptata nel manto dell’angelo e la frazione 3/2 ?
In verità, le frazione 3/2 e 2/3 definiscono altrettanti intervalli musicali di quinta, rispettivamente, ‘matematico’ (ossia la frequenza) e ‘geometrico’ (ossia il ‘punto d’intercettazione sulla corda). Sul piano simbolico il gesto delle mani giunte del piccolo Battista (5 dita su 5 dita) richiama simbolicamente il combaciamento delle due matrici: il feto e lo stampo amniotico.
Le mani giunte de Battista sono stati da Leonardo replicate nelle sovrastanti rocce (particolare A). Ruotando il dettaglio di 90° in senso orario (particolare B), emerge il profilo caricaturale di un uomo, con tanto di occhio e bocca semiaperta, nell’atto di trattenere il sorriso con le mani davanti alla bocca: quanto basta ad avvalorare la tesi di un Leonardo consapevole della valenza affatto simbolica della ‘Visitazione’ lucana.
Se da un lato nella Vergine delle rocce il ruolo dell’angelo ha, per così dire, un significato di ordine meramente ‘computazionale’, più problematico è quello di Gesù relegato in basso a destra. In verità, il suo è un compito tutt’altro che secondario. Come si vedrà, in quanto Christos, Unto, egli funge da allegoria di un precursore organico potenzialmente in grado di scatenante un fenomeno comportamentale noto in etologia con il nome di imprinting.
L’imprinting è un fenomeno di apprendimento precoce per cui, nella quasi totalità delle specie animali, i neonati riconoscono e seguono la madre o qualsiasi oggetto vedono in movimento. Alla schiusa delle uova, ad esempio, i pulcini sono attratti dall’immagine della madre o di individui della propria specie. Tuttavia, se la prima immagine in movimento che essi vedono è quella di un uomo, questa fungerà da oggetto imprintante: hanno fatto il giro del mondo le immagini dell’etologo Konrad Lorenz che passeggia serafico con al seguito una teoria di anatroccoli imprintatisi su di lui.
Esiste l’imprinting anche nella nostra specie? Nel sesto mese di gravidanza – quando nella Visitazione Maria incontra Elisabetta per intenderci! - il feto umano, e solo lui, si ricopre di un composto lipidico atto a proteggere la cute fetale dall'azione macerante del liquido amniotico. È la vernice caseosa che, alla stregua di una tuta subacquea, isola il feto dal liquido amniotico. L’ipotesi è dunque che, l’interposizione della vernice caseosa tra il feto e l’habitat liquido intrauterino, scateni l’imprinting in fase prenatale, molto in anticipo rispetto a quanto accade nel resto dei mammiferi.
Nella Visitazione lucana come nella Vergine delle rocce, Gesù – il Christos, l’Unto – funge perciò da sostituto allegorico della vernice caseosa che scatena l’esultatente approdo all’autocoscienza del Battista-feto in grembo ad Elisabetta. Sta in ciò la profezia scientifica di San Luca circa due millenni prima che gli etologi sperimentassero l’imprinting nelle specie animali, eccetto la nostra. Da qui la valenza scientifica ancora attuale della Visitazione lucana secondo cui il feto umano riceve l’imprinting sulla propria immagine riflessa nel liquido amniotico.
Un indizio efficace dell’imprinting intrauterino è lo ‘Stadio dello specchio’ descritto dallo psicanalista francese Jaques Lacan. Un bambino, dai sei mesi ai diciotto mesi, posto di fronte a uno specchio, dà segni di autocontrollo e padronanza di sé, tutto ciò in aperta contraddizione rispetto alla condizione di scoordinamento corporeo proprio di questa fase di sviluppo. Si può quindi presumere che, la vista della propria immagine riflessa nello specchio, risvegli nel piccolo la percezione unificata del proprio corpo vissuta nel grembo materno per effetto dell’imprinting.
L’ipotesi dell’imprinting umano intrauterino non esclude il fallimento del processo di rimozione dell’immagine imprintante. Una simile tragica evenienza avrebbe certamente ripercussioni sul comportamento del bambino che, come nell’autismo, rimarrebbe prigioniero di se stesso, rimpiazzando l’esperienza speculare intrauterina sotto l'egida del ‘doppio amniotico’ con il ricorso a un repertorio di azioni stereotipate che lo difendono dall'alterità del mondo esterno. Non è a caso che la psicologia ha coniato l’espressione non nato, affatto calzante nel caso dell’autismo.
D’altro canto, fin dalla nascita l’uomo sarebbe soggetto a spinte pulsionali compensative del sentimento d’onnipotenza sperimentato nel grembo materno, nel ‘paradiso perduto’. Da qui il bisogno dell’altrui ‘con-senso’ volto a rimpiazzare quel mondo ancestrale fatto a nostra immagine e somiglianza! È ciò che sospinge ciascun uomo a distinguersi dagli altri, a sperimentare sempre nuove strategie in ogni campo. Il fine è sempre lo stesso: prevalere sugli altri, ottenendone il consenso e dominarli. Come afferma lo psicanalista austriaco Alfred Adler:
«che uno voglia essere un artista, o che voglia primeggiare nel suo mestiere, o che uno abbia un dialogo col suo Dio, o che parli male degli altri, o che consideri il suo dolore il maggiore di tutti cui tutti devono piegarsi, egli è condotto dal suo desiderio di superiorità, dal suo sentirsi simile a Dio».